Comunicati e Statements

Apre il museo della Patagonia.

Ospitato nella tenuta Benetton in Argentina. Oltre 15.000 reperti per raccontare la storia e la cultura di una terra mitica cantata da Melville, Cendrars, Chatwin e Sepùlveda.

Ponzano, 12 maggio 2000. Dai preziosi reperti archeologici simbolo di 13.000 anni di storia indigena, come strumenti in pietra con simboliche incisioni religiose e documenti sospesi tra storia e leggenda, quali un contratto per l’acquisto di cavalli firmato da un certo Santiago Ryan, pseudonimo dietro il quale si celerebbe niente di meno che il famoso fuorilegge Butch Cassidy (che insieme a Sundance Kid cercò di sfuggire proprio in Sud America agli investigatori dell’Agenzia Pinkerton), si traccia l’affascinante storia etnica, antropologica, culturale e sociale della Patagonia: sono questi gli obiettivi e i contenuti del Museo Leleque dedicato a questa regione estrema del mondo, che si inaugura oggi a Leleque, nella provincia del Chubut, in Argentina.

Il nuovo museo è nato dalla volontà e dalla passione di Pablo Korchenewski, che alla raccolta delle testimonianze sui popoli della Patagonia ha dedicato una vita intera, e di Carlo Benetton innamorato della bellezza selvaggia di questa terra, tanto da acquistare, nel 1991, Compañia de Tierras Sud Argentino che, con la sua tradizione nell’allevamento di pecore produttrici di lana di prima qualità, fa parte della storia patagone fin dall’Ottocento. La loro comune passione ha coinvolto nel progetto aziende, associazioni culturali e istituzioni, in particolare la Fondazione Ameghino presieduta da Rodolfo Casamiquela, e il Centro di Ricerche Scientifiche El Hombre Patagonico y su Medio, diretto da Maria Teresa Boschin cui spetta il compito di sviluppare la ricerca scientifica, e di mantenere vive e aggiornate le collezioni.

Da questo raro esempio di collaborazione tra privato e pubblico è nato un museo che rappresenta anche un luogo di incontro nel cuore della Patagonia, così come questa terra è stata per secoli luogo di incontro, scontro, scambio, interazione di popolazioni diverse. “Fin dall’inizio -ha sottolineato Carlo Benetton- abbiamo deciso che doveva essere un museo vivo e dinamico, non una semplice e polverosa raccolta di pezzi come ce ne sono tante nel mondo. Abbiamo scelto di mostrare e insieme di raccontare, perché oggi un museo moderno è, prima di tutto, narrazione: con i preziosi reperti archeologi ma anche con gli oggetti della vita di tutti i giorni, con la grafica e con una colonna sonora fatta di musica, di suoni e respiri della natura”.

Con questa impostazione originale, il Museo Leleque, ospitato proprio nella tenuta della Compañia de Tierras, presenta più di 15.000 pezzi, tra reperti archeologici, oggetti, testimonianze, documenti, fotografie, raccolti in quattro sale secondo un percorso storico per unità tematiche. In un edificio annesso si è ricreata anche l’ambientazione di un vecchio emporio al cui interno si commercializzavano articoli di vario genere; realizzato con l’equipaggiamento originale dell’epoca appartenuto a quanti vi si stabilirono nella decade dal 1920 e 1930, si sta cercando di restituire quest’area al suo antico ruolo di punto d’incontro, inserendo al suo interno una caffetteria. Si può inoltre usufruire di una biblioteca regionale aperta al pubblico.

La prima sala del museo illustra il modo di vivere dei popoli indigeni, dal loro ingresso in Patagonia circa 13.000 anni fa alla fase precedente la conquista spagnola. Si spazia dal racconto delle loro capacità di cacciatori armati di archi e frecce, e di artigiani nella lavorazione della pietra e del cuoio, al racconto delle relazioni e dei conflitti intertribali. Tra gli oggetti esposti spicca una tenda in pelle di guanaco, presentata come riproduzione fedele e in scala naturale di un tipico alloggio indigeno dell’epoca prespagnola, utilizzato negli spostamenti delle popolazioni nelle vaste pianure steppose.

La seconda sala presenta il contatto tra gli indigeni e gli europei nel periodo compreso tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo. Racconta sia l’aspetto pacifico con l’apertura della missione gesuitica di Nahuel Haupi, l’evangelizzazione e gli scambi commerciali con viaggiatori e coloni, sia l’aspetto bellico, attraverso la descrizione della Guerra del Deserto.

La terza e la quarta sala introducono la problematica della sconfitta degli indigeni e il fenomeno dell’immigrazione. Si racconta, ad esempio, la relazione tra indio ed immigranti, l’arrivo di gallesi, spagnoli, libanesi, italiani, inglesi, statunitensi e cileni, i diversi modi di vivere e gli effetti delle religioni più importanti, le nuove forme di sfruttamento delle risorse conseguenti all’integrazione della Patagonia nel territorio della giurisdizione nazionale, l’attività agronoma e l’allevamento, l’introduzione del filo spinato, l’inizio delle comunicazioni, la costruzione di ostelli e alberghi, l’utilizzo di armi per proteggersi da ladri, briganti e avventurieri. In particolare, si costruisce un quadro variegato e coinvolgente dell’esistenza quotidiana di tutte le genti immigrate, necessario per conoscere e comprendere la storia unica di una terra dalla “calma primitiva” come la Patagonia: un luogo che appartiene alla geografia personale di ogni vero viaggiatore.

 

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